L’olocausto – non “dobbiamo dimenticare”

Nel 2018 a distanza di cento anni della prima grande guerra del secolo scorso, sta vedendo il risorgere prepotente di rigurgiti fascio-nazisti che con la scusa di stare dalla parte del popolo stanno trasformando i luoghi dove viviamo. Sfruttando un misto di stupidità ed ignoranza fanno proseliti aumentando il pericolo di un ritorno fascista.

Milioni di morti civili e militari, il tentativo quasi riuscito di cancellare un’intera popolazione (quella ebrea) dalla faccia della terra, la libertà negata, la violenza, l’intolleranza. Ecco è tutto questo che dobbiamo far ricordare alle nuove generazioni che quel periodo non lo hanno vissuto nemmeno nei racconti.

Questa galleria di foto vuole fare proprio questo, ripercorrere attraverso le immagini le crudeltà che ogni giorno c’è il pericolo di rivedere.

 

Per non dimenticare – L’olocausto

Aldo Cazzullo per il “Corriere della Sera

Alla fine sembra siano passati cinque minuti, non quarantacinque. Eppure la telecamera è sempre stata fissa sul volto dell’ intervistato. Non ci sono immagini di repertorio. L’ intervistatore, Walter Veltroni, non si vede mai. Si sentono solo le domande e, in risposta, la voce di un uomo di 87 anni, resa ancora più affascinante da un accento vagamente straniero, che racconta la propria storia di sopravvissuto.

sami modianoSAMI MODIANO

Sami Modiano fu portato via da Rodi quand’ era poco più che bambino. La madre era morta da un anno, «e ringrazio il Padreterno che se la sia presa prima, senza farle soffrire quel che abbiamo sofferto noi». Il padre lo catturarono con l’ inganno: «I capifamiglia furono chiamati a presentarsi al Kommandatur il 18 luglio.

Non tornarono a casa. Il giorno dopo toccò a noi figli. Avevo una sorella bellissima, Lucia, di sedici anni, con i capelli lunghi. Mi faceva un po’ da mamma. Dopo un mese di lager – magra, il pigiama a righe, il cranio rasato – non la riconoscevo più». Il viaggio avviene prima su navi-bestiame, ancora sporche di escrementi – «ci fecero capire subito che ci consideravamo come animali, come cose» -, poi in treno.

Arrivati a Birkenau, uomini e donne vengono separati. Il padre tenta di difendere la figlia e viene massacrato di botte: «Una cosa che non potrò mai dimenticare. Tutto davanti a questi occhi» dice Modiano, in quello che diventa il refrain e il titolo del suo straordinario racconto. Con la sorella si vedono ogni notte, separati dal reticolato.

sami modiano e walter veltroniSAMI MODIANO E WALTER VELTRONI

Una sera lui le porta in dono una fetta di pane, avvolta in un panno; lei gli restituisce l’ involto con due fette di pane; aveva avuto la stessa idea, «anche nel campo di sterminio continuava a farmi da madre». Quando però Lucia smette di venire, Sami intuisce che per lei è finita.

Il dolore è insopportabile: il padre decide di presentarsi all’ ambulatorio, cioè di andare nella camere a gas. Sami si inginocchia per ricevere la benedizione, il papà gli impone le mani sul capo, poi punta il dito e dice: «Tu ce la devi fare».

giorno memoria massaGIORNO MEMORIA MASSA

E Sami ce la farà, pur arrivando a pesare ventitré chili, ridotto a uno scheletro, salvato prima da altri prigionieri che lo gettano tra i cadaveri per evitargli il colpo di grazia dei nazisti in fuga, poi da una dottoressa russa. «Per tutta la vita mi sono chiesto – conclude Modiano – perché proprio io sono sopravvissuto. Da undici anni a questa parte ho trovato la risposta: per raccontare.

Ho giurato che fino a quando Dio mi darà la forza di farlo non smetterò di raccontare la mia storia ai ragazzi.

Sono felice di quello che sto facendo e i ragazzi hanno bisogno di me. Devono sapere. Quando io non ci sarò più ci saranno loro». Gli applausi e le lacrime di centinaia di ragazzi, all’ anteprima davanti al presidente Mattarella, hanno confermato che la sofferenza di Sami Modiano non è stata vana.

sami modiano 2SAMI MODIANO 2

L’amicizia

L’amicizia. Esiste ancora questo sentimento?
Per capire se sei un buon amico ho, viceversa, sei hai buoni amici leggi queste semplici regole.
Mantieni le tue promesse. Non fare mai una promessa se non la puoi mantenere e, soprattutto, non farne un’abitudine. Se, poco prima di un appuntamento con un amico, incappi in un imprevisto legittimo, spiega la situazione con sincerità e confida nella forza della vostra amicizia: sicuramente un “no” sarà accettato come se fosse un “sì”. Nessuno è perfetto ed è accettabile se, per una volta, non riesci a mantenere una promessa, ma evita di farlo spesso.
  • Quando fai una promessa seria, guarda negli occhi il tuo amico e parla molto lentamente; in questo modo il tuo amico capirà che parli sul serio e non che lo affermi tanto per dire qualcosa.

Sii affidabile. È uno degli aspetti fondamentali dell’essere un buon amico. Nessuno vorrebbe una persona falsa come amico; è difficile fidarsi di chi non è onesto e non mantiene le proprie promesse. Tutti conosciamo quel tipo di persone che dicono “Ok, lo farò” ma poi non fanno niente. Se sei una di queste, sappi che perderai la fiducia dei tuoi amici, che non crederanno più alle tue parole.

  • Non fare promesse se sai già che non potrai mantenerle. Sii onesto e parlane con il tuo amico, spiegandogli che non sei sicuro di potercela fare.
  • I tuoi amici dovrebbero sempre poter contare su di te, anche quando la situazione è difficile. Se sei presente solo nei bei momenti, non sarai mai un vero amico.
Chiedi scusa quando agisci in maniera non corretta. Se vuoi che i tuoi amici si fidino di te, non comportarti come se fossi perfetto. Se hai commesso un errore, confessalo, invece di mentire; anche se i tuoi amici non saranno contenti del tuo errore, ti apprezzeranno per aver dimostrato maturità ammettendo le tue colpe invece di mentire incolpando altri.
  • Quando chiedi scusa, devi pensarlo veramente. I tuoi amici devono avvertire la sincerità nella tua voce, altrimenti potrebbero pensare che non t’importi dei loro sentimenti.

Non manipolare le persone. Se un amico pensa che tu lo stia usando, allora ti mollerà immediatamente, come quando si lascia cadere una patata bollente. La vera amicizia non nasce dalla speranza di entrare in una cerchia di persone o di sfruttare la popolarità di qualcuno. Se provi a essere amico di qualcuno solo per entrare in un determinato gruppo o perché vorresti conoscere un’altra persona, non si tratta di amicizia, ma di opportunismo e alla fine ti pentirai della natura superficiale del tuo coinvolgimento.

Immagine titolata Be a Good Friend Step 6
Sii leale. Se il tuo amico ti rivela qualcosa in confidenza, rispetta la sua riservatezza e non farne parola con nessuno; è quello che vorresti anche tu. Non parlare del tuo amico alle sue spalle e non diffondere notizie sulla confidenza che ti ha fatto. Non fare mai pettegolezzi sugli amici e non tradirli mai! Evita di affermare qualcosa su un amico che non gli diresti anche di persona. Sii leale verso i tuoi amici e preparati a difenderli se qualcuno che conosci parla male di loro.
  • Essere leale significa anche rendersi conto del valore di un’amicizia duratura; non buttarla via per passare tutto il tuo tempo con il tuo nuovo partner o con qualcuno che hai appena conosciuto.
  • Se hai la reputazione di una persona che non sa mantenere i segreti, i tuoi amici avranno qualche difficoltà nel confidarsi e non vorranno più passare tanto tempo con te.
  • Non lasciare che gli altri parlino male del tuo amico. Finché non hai avuto l’occasione di sentire la versione del tuo amico, considera i commenti negativi come voci di corridoio e pettegolezzi. Se ti viene riferito qualcosa di poco attendibile sul tuo amico, allora rispondi: “Lo conosco, e non mi sembra possibile. Lascia che gli parli e senta il suo punto di vista. Se è vero, te lo farò sapere. Fino a quel momento, gradirei che non spargessi questa voce, perché potrebbe essere falsa!”

Aiuta i tuoi amici ad affrontare i loro problemi. Per riuscire ad aiutarli, devi essere presente nel momento del bisogno. Se avverti che il tuo amico si sta cacciando in guai che non può controllare, aiutalo ad allontanarsi dalla situazione.

  • Non pensare che sia abbastanza grande da badare a se stesso: potrebbe essere l’occasione in cui la voce della tua ragione è necessaria per risvegliarlo dal suo stato di confusione. Se c’è un problema, parlane; non importa quanto sia imbarazzante.
  • Fai capire al tuo amico che avrà sempre una spalla su cui piangere durante un periodo difficile; se si sentirà meno solo, sarà più facile per lui uscire dai guai.
  • Se il tuo amico vuole solo parlare dei suoi problemi, all’inizio può andare bene, ma cerca anche di aiutarlo a trovare una soluzione pratica.

Impara a perdonare. Se vuoi che la vostra amicizia duri, sii pronto a perdonare il tuo amico e andare avanti. Se porti rancore e lasci che il risentimento e l’amarezza prendano il sopravvento, non sarai in grado di andare avanti. Ricordati che nessuno è perfetto e, se il tuo amico è davvero pentito e non ha fatto qualcosa di orribile, dovresti essere in grado di perdonarlo.

  • Se il tuo amico ha fatto qualcosa di davvero grave e imperdonabile, allora è meglio lasciar perdere, invece di cercare di salvare un’amicizia che ormai non avrebbe più motivo di esistere. Questo, comunque, dovrebbe accadere molto raramente.
  • Se sei arrabbiato con il tuo amico, ma non gli hai detto il perché, non sarai mai in grado di perdonarlo; prima dovete parlarne.
Immagine titolata Be a Good Friend Step 15
Accetta il tuo amico per ciò che è. Per far durare la vostra amicizia, non dovrai mai cercare di cambiare il tuo amico o di imporgli le tue convinzioni. Se avete ideali politici diversi, accettalo, invece di litigare ogni giorno per le stesse cose. Dovresti essere contento delle nuove prospettive che ti offre, invece di volergli imporre le tue a tutti i costi.
  • Più passi del tempo con un’altra persona, meno la idealizzi e, quindi, impari meglio ad accettarla per com’è fatta. Infatti, dimostrarsi un buon amico è tenere all’altra persona nonostante i suoi difetti.

La teoria del complotto per nascondere le proprie incapacità

Abbiamo virato verso un Italia vittimista, arrabbiata, ma sopratutto PRESUNTUOSA. Ormai nessuno  ammette le proprie colpe, è sempre colpa di qualcun’altro.

Il caso Roma che sto vivendo da molto vicino ne è il più lampante esempio. Dopo anni di scadenti amministrazioni ne è arrivata una eletta per cambiare in meglio la via romana. Ma purtroppo dopo 20 mesi abbiamo tutti capito che siamo caduti dalla padella nella brace.

Il ridicolo caso di “Spelacchio” l’albero di Natale arrivato morto e senza foglie ne è il lampante esempio. Spesi 50.000 euro senza controllo di qualità, per un albero sradicato dalla sua terra madre (non si poteva usare un albero finto, che ambientalisti del cavolo sono?)

A Massimina nella periferia ovest di Roma è stato chiuso un nido comunale funzionante con uno avveniristico ma probabilmente collaudato con molta superficialità. Con l’arrivo del’inverno la caldaia è saltata e non c’è verso di farla funzionare. Ma l’amministrazione accusa altri, non si prende le proprie responsabilità, e si fa avanti la teoria del complotto.

Di seguito uno dei commenti seguito dai vari hai ragione:

quel che accade al “nido massimina” rassomiglia molto ai cassonetti dati alle fiamme e prontamente rimpiazzati il giorno dopo. Dopo poche ore di nuovo bruciati. Analogo discorso con i rifiuti per le strade di Roma, laddove AMA prontamente interviene e il giorno dopo stessa situazione di estremo degrado. A pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina.

Praticamente il PD manda un nanetto ogni notte a danneggiare la caldaia…..
La serietà sta sparendo ed anche quei pochi che lavorano tanto sacrificando tutto il loro tempo libero stanno mollando la presa.
La violenza sia verbale che fisica la fa da padrona, e non riusciamo più a trovare soluzioni a nessun problema

Job Act ed art. 18, l’immenso danno fatto del governo Renzi ai lavoratori

Il Job Act ha praticamente annullato il potere dei lavoratori nelle contrattazioni. Il lavoratore è una pedina da spostare di qua di la o addirittura togliere da una scacchiera, quella del lavoro, in cui non ha più nessun potere.

I casi di Ikea che licenzia i dipendenti per semplici ritardi causati dalla gestione familiare, nello specifico i figli, o di Amazon che dopo lo sciopero del Black Friday dei suoi operatori ha deciso di non incontrare più i sindacati, sono solo la punta di un iceberg che vede il mondo del lavoro soggiogato agli interessi delle aziende, alle loro speculazioni e, spesso, al loro arricchimento senza distribuzione a chi questo arricchimento ha contribuito ad innescare.

E di queste ore il caso di FCA (l’ex FIAT) che si rimangia promesse su promesse ed invia ai lavoratori il licenziamento a mezzo SMS ed il giorno prima della scadenza contrattuale.

Purtroppo non sarà l’unico, il job act ha cancellato l’art. 18 togliendo l’ultimo baluardo di tutela a quei lavoratori non vittima di esodi, esternalizzazioni, e trasferimenti coatti.

Siamo tornati al medioevo, un periodo molto buio dove i ricchi si arricchivano sempre di più ed i poveri soccombevano.

GRAZIE RENZIE hai dato il colpo di grazia ad un sistema già scardinato da Berlusconi ed i suoi sodali, deturpato da Monti e poi definitivamente affossato.

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Il fallimento del Job Act

Rosaria Amato per Repubblica del 18/11/2017
I 155 di Almaviva Contact reintegrati giovedì. I reintegrati della Natuzzi di giugno. La sindacalista di Firenze licenziata da Publiambiente nel 2014 e reintegratata a marzo. I licenziati della Fiat di Pomigliano reintegrati dalla corte d’appello di Napoli un anno fa. C’è aria di articolo 18. Anzi, per qualcuno la norma che garantisce il reintegro del lavoratore licenziato ingiustamente non è mai morta: la società “Qualità&Servizi”, partecipata pubblica dei Comuni di Sesto Fiorentino, Campi Bisenzio e Signa incaricata di gestire i servizi mensa, l’ha inserita spontaneamente nei contratti dei nuovi addetti, ai quali dunque non si applica il nuovo contratto a tutele crescenti del Jobs Act. La proposta di Mdp e della Sinistra Italiana di reintroduzione integrale dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, falcidiato da diverse leggi negli ultimi anni e abolito dal Jobs Act, in discussione alla Commissione Lavoro, e dal 20 in Aula a Montecitorio, interpreta un bisogno che viene avvertito con forza, non solo dai lavoratori e dai sindacati: persino alcuni giudici se ne stanno facendo carico.
«È la vecchia storia della flexsecurity – commenta Lorenzo Fassina, responsabile dell’ufficio giuridico della Cgil – abbiamo voluto rincorrere modelli di altri Paesi con un mercato del lavoro molto diverso dal nostro, con il risultato che il lavoratore non ha più la garanzia del posto di lavoro, ma neanche adeguate politiche attive di supporto che gli permettano di trovarne un altro». «Il fatto è che in Italia si è proceduto alla rottamazione delle vecchie tutele senza prevederne delle nuove, non c’è ancora nel nostro Paese la capacità di mettere in piedi una rete minima di protezione che accompagni chi perde il proprio lavoro, mettendolo in condizione di ottenerne un altro », dice Michele Tiraboschi, professore di diritto del Lavoro all’Università di Modena e di Reggio Emilia. L’idea era in effetti di fare proprio questo, attraverso la creazione dell’Anpal, la nuova agenzia di promozione e attuazione delle politiche attive del lavoro. Ma qualcosa non ha funzionato: il caso Almaviva Contact è emblematico in questo senso. I lavoratori licenziati nel dicembre dell’anno scorso hanno accettato di buon grado l’offerta dell’assegno di ricollocazione con una percentuale di oltre l’80%. Un successo se si confronta alla sperimentazione ordinaria dell’assegno, dove su 28.000lavoratori coinvolti, appena il 10% ha accettato la proposta. Ma è passato quasi un anno ormai dal licenziamento, e i primi (e finora unici) 155 ricollocati sono i lavoratori che si sono rivolti al giudice, e che hanno ottenuto una sentenza favorevole (in precedenza c’erano state altre cause di impugnazione dei licenziamenti, ma il giudice aveva invece dato ragione all’azienda). Sul fronte politiche attive, invece, nulla. Un giudizio ingeneroso, osserva Maurizio Del Conte, presidente dell’Anpal: «C’è stato il massimo impegno per ricollocare questi lavoratori. Non è facile, molti di loro hanno solo il diploma di terza media, e sono vicini ai 50 anni. Ma stiamo facendo molti colloqui, in particolare presso il centro per l’impiego di Cinecittà. E 120 di loro potrebbero presto essere assunti da Comdata ». Comdata conferma, ma solo in parte: parla di 60 lavoratori. E comunque Comdata è un call center, e se assumerà lo farà sulla base degli impegni assunti in occasione dell’assegnazione di un’importante commessa: qual è il ruolo giocato in questo caso dalle politiche attive? «Io sono fiducioso sul fatto che il lavoro che stiamo facendo tornerà utile ai lavoratori, – replica Del Conte – anche a quelli che hanno vinto la causa, perché non credo che tutti rivorranno il loro posto: sono sicuro che molti, dal momento che la sede di Almaviva a Roma è chiusa, non accetteranno il ricollocamento e chiederanno invece il risarcimento e le 15mensilità. Serve del tempo, noi siamo partiti davvero solo all’inizio di quest’anno. Inoltre il referendum dell’anno scorso ci ha impedito di operare con sedi locali: i centri per l’impiego sono rimasti in capo alle Regioni, noi abbiamo solo il coordinamento». Ed è questo il punto, dice Tiraboschi: «L’Anpal è una struttura elefantiaca, un gigante dai piedi di argilla. Che le politiche attive fatte così non avrebbero funzionato si era già capito con la Garanzia Giovani: molti tirocinii, a spese dei fondi Ue, e pochissimo lavoro. Non mi meraviglio che i lavoratori affidino la tutela dei loro diritti a quel che rimane dell’art.18. Sulle politiche attive si sono fatti molti più convegni dei pochissimi contratti firmati finora grazie all’assegno di ricollocazione. E in quest’ottica non ha molto senso estendere l’assegno di ricollocazione ai cassintegrati: non vedo perché dovrebbero rinunciare a un lavoro che ancora hanno in cambio di una prospettiva estremamente incerta ». Quel che rimane dell’art.18 però è troppo poco, osserva Fassina: nonostante ci siano ancora sentenze di reintegro, favorevoli al lavoratore, sono sempre meno quelli che decidono di andare in giudizio. «I costi a carico del lavoratore – dice – sono aumentati. I tempi per il ricorso ormai sono strettissimi, un tempo c’erano cinque anni dal licenziamento per decidere».

Riflessioni sulla morte

Per l’uomo la morte ha rappresentato un mistero, un enigma, sin dall’inizio della sua esistenza. Alcune antiche civiltà hanno compreso il carattere sacro e mistico della morte in quanto ponte tra i mondi visibile e invisibile. La nostra concezione della morte dà tutto il suo senso alla vita.

La morte e la nascita sono le due fasi chiave del nostro passaggio sulla Terra. Una ne segna l’inizio, l’altra la fine, a meno che non costituiscano entrambe una transizione della coscienza da un piano d’esistenza a un altro.

La preparazione alla transizione è paragonabile ai preparativi per un viaggio. Prima di partire bisogna documentarsi, conoscere i luoghi e sapere come si vive. Anche al grande momento della transizione ci si dovrebbe preparare.

Siamo fatti per la vita, eppure la morte ci chiama.

Ho 47 anni e ci penso ogni giorno

 

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